martedì 10 gennaio 2012

Boko Haram



NIGERIA
Capitale: ABUJA
Popolazione: 150.000.000
Superficie: 923.768 km2
Lingue: inglese, yoruba, hausa, igbo e altre.
Religioni: musulmani 50%, cristiani (40%), culti tradizionali locali.
Moneta: Naira

 


Di  Anna  Mazzone  09/01/2012

 “Tutti coloro che non sono governati da ciò che Allah ha rivelato sono dei trasgressori”. E’ questa la frase coranica sulla quale il gruppo estremista nigeriano Boko Haram ha costruito la sua ideologia e la sua storia, fatta di sangue e sharia.
Il nome ufficiale del gruppo di estremisti islamici nato in Nigeria nel 2002 (e che è votato alla persecuzione della comunità cristiana del Paese) è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad, che letteralmente significa “Popolo impegnato a diffondere gli insegnamenti del Profeta e il Jihad“. Un appellativo troppo lungo, che ben presto a Maiduguri, nel nord della Nigeria, dove il gruppo terroristico affonda le sue radici, è stato abbreviato in Boko Haram. Ossia: “Vietata l’educazione occidentale”.
Pur essendo un gruppo nato da nove anni, i Boko Haram sono frutto di una storia lontana, che inizia nell’Ottocento, quando il nord della Nigeria si chiamava Califfato di Sokoto. Uno dei più grandi imperi d’Africa, frutto di diverse “guerre sante” condotte agli inizi del diciannovesimo secolo in tutta l’area. Il Califfato di Sokoto era il centro di tutte le attività politiche ed economiche della regione, finché non arrivarono i francesi e gli inglesi ai primi del Novecento. E da lì che il jihad, prima interpretato in chiave “locale”, diventa un mezzo di rivalsa contro i colonizzatori occidentali.
A quell’epoca, come forma di protesta, molte famiglie si rifiutarono di mandare i propri figli nelle “scuole occidentali”, e scelsero invece di fargli ricevere l’eucazione di base nelle madrasse. La regione settentrionale della Nigeria, allora come oggi, era caratterizzata da povertà e fame endemiche. L’arrivo degli europei esacerbò notevolmente il clima e portò a numerosi scontri. Ai nostri giorni la situazione della Nigeria del nord non è cambiata. L’area è ancora afflitta dalla povertà e il gruppo Boko Haram si nutre di sentimenti di rabbia e disperazione che, non essendoci più né i francesi né gli inglesi, si indirizzano verso il governo centrale guidato dal presidente Goodluck Jonathan, che è accusato di favorire il sud del Paese, che gode di condizioni più agiate rispetto al nord.
Il gruppo aveva in Mohamed Yusuf la sua guida, almeno fino al 2009, quando il leader venne catturato e dopo un interrogatorio sommario, venne ucciso dalle forze di sicurezza nigeriane. Le immagini della sua morte furono trasmesse in televisione, come monito futuro per i miliziani. Ma la “setta” trovò in fretta un nuovo guru e ripresero gli attentati contro la polizia e le comunità cristiane del Paese. Centinaia di morti (almeno 500) solo nel 2011. Migliaia dall’anno della fondazione del gruppo terroristico, con un’attività che si è intensificata negli ultimi due anni e che ha alzato il tiro verso obiettivi più “visibili” sul palcoscenico internazionale. La strategia è quella classica di ogni nucleo estremista: seminare la paura e poi mieterne i frutti.


La setta non è molto numerosa. Si contano circa 350 miliziani che, in un Paese di 150 milioni di abitanti come la Nigeria, rappresentano una goccia in mezzo al mare. Ma i loro recenti attacchi nel giorno di Natale alla chiesa cristiana di Santa Teresa ad Abuja hanno profondamente colpito la comunità internazionale. Così come era successo il 26 agosto del 2011, quando il gruppo fece un “salto di qualità”, facendo esplodere delle bombe nella sede delle Nazioni Unite della capitale nigeriana. Allora, tutto il mondo si accorse della sua esistenza. Una strategia vincente, dal punto di vista dei Boko Haram.
E, infatti, a fine novembre del 2011 il Congresso americano li definisce “una minaccia emergente” per la sicurezza degli Stati Uniti. Il timore più grande è che gli adepti della setta nigeriana possano unirsi ai fratelli di al Qaeda e attaccare su più fronti. D’altronde, proprio gli Usa hanno avuto un assaggio delle loro possibilità a Natale del 2009, quando il 24enne Umar Farouk Abdulmutallab (di nazionalità nigeriana) tentò di far esplodere il volo Amsterdam-Detroit della compagnia americanaDelta Airlines. Secondo gli analisti statunitensi, i Boko Haram hanno già stabilito legami con altri gruppi qaedisti che operano in Africa, entrando a far parte di una vera e propria rete del terrore con cellule sparse in tutto il Continente.
Recentemente, lo stesso presidente Goodluck Jonathan, che - prima degli attentati di Natale contro i cristiani - aveva aperto alla possibilità di una negoziazione con i miliziani del gruppo, ha annunciato una nuova strategia, ancora più radicale, per eliminare la minaccia nella parte settentrionale del Paese e ha decretato lo stato di emergenza nel Nord della Nigeria. Jonathan ha anche puntato il dito contro alcuni rappresentanti del suo governo, senza però fare nomi. Secondo il capo di Stato nigeriano, ci sarebbero dei simpatizzanti di Boko Haram anche nel suo esecutivo.
Certo è che finora la polizia non è stata tenera con il gruppo. Esecuzioni sommarie, senza processo né certezza di un’affiliazione, sono state riprese e poi diffuse in televisione. I video possono essere trovati su Youtube (li potete visionare qui, ma vi avvertiamo che sono particolarmente cruenti) e hanno scatenato una serie di polemiche ed esacerbato ulteriormente gli animi al nord, dove  in molti si sentono “traditi” dal governo centrale. E’ in questo humus di rabbia e vendetta che il gruppo Boko Haram, inizialmente piccolo ed estremamente localizzato, può gonfiare i suoi muscoli e assurgere a “minaccia” internazionale.
Ora sta a Goodluck Jonathan trovare una soluzione. La strada della risposta dura finora non sembra aver portato molti frutti, e forse una maggiore attenzione alla drammatica condizione del parte settentrionale del Paese potrebbe indebolire i terroristi. In fondo, la gente nel nord della Nigeria chiede pane e non sharia.
La setta islamica è responsabile dei recenti attentati contro i cristiani nel Nord del paese. Nella lotta per il potere la spaccatura religiosa si somma a quella etnico-regionale. Il governo non sembra in grado di fermare la violenza.

In Nigeria le violenze contro la comunità cristiana presente nelle regioni settentrionali, a maggioranza musulmana, si susseguono ormai con una cadenza quasi giornaliera. Dopo gli attentati di Natale, nei quali hanno perso la vita circa quaranta persone, i morti continuano ad aumentare: negli ultimi giorni del 2011 il numero delle vittime era più che raddoppiato, mentre tra mercoledì e sabato della scorsa settimana, nel nord-est del paese, l’esplosione di tre ordigni nella città di Maiduguri - capitale dello Stato di Borno - e almeno altrettanti attacchi contro alcune chiese e un rito funebre hanno ucciso trenta persone.

Gli attentati sono stati rivendicati dal gruppo integralista islamico dei Boko Haram, dopo che lo stesso movimento, con comunicato apparso il 2 gennaio su un quotidiano locale, aveva intimato a tutti i cristiani residenti al Nord di trasferirsi altrove.

domenica 8 gennaio 2012

I Genitori di Gesù










GIUSEPPE
Di Giuseppe viene detto poco nella Bibbia. Egli andò con Maria a Betlemme ed era con lei quando nacque Gesù (Luca 2:4, 16). ed anche quando Gesù fu presentato al Tempio (Luca 2:33);guidò la fuga in Egitto ed il ritorno a Nazaret (Matteo 2:13 - 19:23), conducendo a Gerusalemme Gesù all'età di 12 anni (Luca 2:43, 51). L'unico ulteriore accenno che si ha di lui é che egli era falegname e capo di una famiglia di almeno sette figli (Matteo 13:55,56). Doveva certamente essere un uomo buono ed esemplare per essere stato scelto da Dio ad essere il padre adottivo del Figliuolo di Dio. Morì probabilmente prima dell'inizio del ministerio pubblico di Gesù, benché il linguaggio di Matt. 13:55 e Giov. 6:42 possa far sembrare che egli fosse ancora vivo. Era però certamente morto prima della crocifissione di Gesù, altrimenti mai Gesù avrebbe affidato a Giovanni la cura di Sua madre (Giov. 19:26, 27).


MARIA
Dopo la narrazione della nascita di Gesù e della Sua visita a Gerusalemme, ben poco viene detto a proposito di Maria. Secondo Matt. 13:55, 56 essa fu la madre di altri sei figli oltre a Gesù. Dietro suo suggerimento Gesù mutò l'acqua in vino a Cana e compì il suo primo miracolo (Giov. 2:1, 11). In seguito  viene detto che essa cercò di giungere a lui in mezzo alla folla (Matt. 12:46; Marco 3:31; Luca 8:19) ed in quella occasione le parole di Gesù indicarono chiaramente che i vincoli familiari esistenti non le conferivano alcun privilegio spirituale.

Ella fu presente alla crocifissione e venne affidata da Gesù alle cure di Giovanni e non esiste alcuna narrazione relativa ad una Sua apparizione a lei dopo la resurrezione, benché  egli apparisse a Maria Maddalena. l'ultimo accenno relativo a Maria si ha in Atti 1:14, dove essa è in preghiera con i discepoli.

Questo è tutto ciò che la Scrittura ha da dire su Maria. Delle donne che figurarono nella vita pubblica di Gesù, sembra che Maria Maddalena abbia rivestito una parte più importante della madre di Gesù (Matt. 27:56, 61 ; Marco 15:40, 47 ; Luca 8:2 ; 24:10; Giov. 19:25; 20:1,18.

Maria era una donna silenziosa, meditativa, devota e saggia, la più onorata delle donne, la regina delle madri, partecipe delle preoccupazioni comuni ad esse.

Noi la ammiriamo, la onoriamo, e la amiamo perché  fu la madre del nostro Salvatore, ma non rivolgiamo a lei le nostre preghiere. Noi riteniamo che la ripulsa verso la deificazione di Maria, opera della chiesa cattolica, ha portato il resto del mondo cristiano ad astenersi dal tributarle l'onore dovutole.

Secondo noi la stessa Maria, in cielo, orgogliosa di essere stata la madre del Salvatore, è anche confusa, vergognosa, oppressa ed umiliata di essere l'oggetto di una adorazione idolatrica.

martedì 3 gennaio 2012

Natale nella crisi. Crisi di dignità?


Editoriale da: NEV- Notizie Evangeliche Federazione delle chiese evangeliche in Italia
 di Luca Baratto

Non c'è molta serenità in questo Natale che viene. Se nelle chiese quello d'Avvento è un periodo di attesa, nelle strade delle nostre città non c'è molto ottimismo su ciò che ci aspetta: un prolungamento della crisi che continua a mordere, iniziata come finanziaria, proseguita attaccando gli stati nazionali e l'economia reale ed ora in procinto di trasformarsi in recessione. Il tenore di vita di molti si abbasserà, ma il vero spettro è la perdita di posti di lavoro. Più triste del dover rinunciare a un po' (o a molto) del benessere dato per scontato, è la vista degli operai di Termini Imerese al loro ultimo giorno di lavoro; sono i numeri dei cassintegrati che vivono nella sospensione del lavoro, dei giovani precari e di tutti coloro che risultano impiegati senza per questo essere in grado di guadagnarsi da vivere.

Il protestantesimo ha qualcosa da dire su questa crisi? Non è una domanda peregrina, perché, se non è compito di una teologia o di una chiesa definire un programma economico, è pur vero che la Riforma, e in particolare il suo ramo calvinista, ha sviluppato un'etica del lavoro per cui è giustamente famosa. Chi non conosce (almeno il titolo) dell'opera in cui Max Weber esamina il possibile rapporto tra "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo"? Se la domanda è: una sostanziosa iniezione di calvinismo nelle nostre società ci tirerebbe fuori dalla crisi?, la risposta è facile: no! Non c'è bisogno di più calvinismo bensì di una rinnovata etica della dignità umana.

Nel XVI secolo la Riforma, attraverso la sua spiritualità e la sua etica, proprio questo ha voluto fare: affermare la dignità all'essere umano nella sua dimensione secolare, operando così una rivoluzione teologica e culturale. Per i Riformatori l'unico ambito in cui la fede può essere vissuta è l'esistenza quotidiana in tutti i suoi ambiti: nel matrimonio e nella famiglia piuttosto che nel celibato e nella comunità monastica; nell'uguaglianza di tutti i fedeli e non nella loro divisione in chierici e laici; nel vivere il lavoro come l'ambito della propria vocazione cristiana. In questo senso, l'affermazione della dignità umana si situa nel quadro di una società secolare operosa dove ogni persona serve Dio e il prossimo.

Che l'affermazione della dignità umana compaia ogniqualvolta il protestantesimo torni a riflettere sul lavoro è evidente nel Settecento inglese della Prima rivoluzione industriale. In un contesto sociale stravolto dalle nuove fabbriche e davanti a condizioni di lavoro massacranti che rendevano impossibile affermare il lavoro come vocazione, il nascente movimento metodista, guidato da John Wesley, portò una predicazione diversa da quella calvinista, insistendo sul concetto di conversione: cioè sul fatto che è possibile cambiare, uscire dall'abbrutimento delle fabbriche e degli slums – i luridi tuguri urbani in cui vivevano gli operai -, riprendendo in mano le redini della propria vita. Una predicazione credibile perché non pronunciata nelle chiese ma nelle piazze e nei luoghi di lavoro.

Non diversamente operò il movimento del Social Gospel negli Stati Uniti di fine Ottocento e inizio Novecento, quando, dopo la guerra di secessione, si affermò il modello industriale degli stati del nord vittoriosi su quelli schiavisti del sud. Questo non evitò l'affermarsi di nuove schiavitù a danno degli operai e delle loro famiglie. Il Social Gospel propose una predicazione basata sull'annuncio del Regno di Dio e della sua giustizia, di cui l'equità sociale è parte integrante. Il Social Gospel si oppose anche a un'altra teologia nata all'interno del protestantesimo: il cosiddetto "vangelo della ricchezza" che dava per scontata e, anzi, incoraggiava la diseguaglianza sociale come mezzo per produrre benessere; la questione etica riguardava solamente l'uso che i ricchi facevano del proprio denaro. Anche in questo caso, l'uso del denaro è importante ma secondario; primaria è l'affermazione della dignità umana.

Allora, è giusto rendere i licenziamenti più facili? A che età si dovrebbe andare in pensione? Su questi temi ognuno può avere le proprie idee. Il protestantesimo, però, storicamente ha questo da dire: ogni provvedimento, ogni decisione, ogni prospettiva abbia come fine la dignità dell'essere umano. Perché parlare di lavoro significa prima di tutto parlare di questo, e null'altro. Quale dignità offre la frammentazione e la precarizzazione del lavoro? Quale società si pensa di costruire se non si offre alle nuove generazioni la possibilità di un lavoro stabile su cui progettare la propria vita? Se le macchine hanno sostituito molto del lavoro umano, oggi i lavoratori sembrano essere considerati come macchine loro stessi, relegando in secondo piano bisogni, diritti, aspirazioni. Forse questo è il peccato capitale della nostra civilizzazione occidentale: la reificazione, la trasformazione in oggetti degli esseri viventi. Come scriveva un pensatore molto critico verso la modernità come C. S. Lewis – e per questo criticabile e contestabile sotto molti aspetti – il fine ultimo della nostra civiltà sembra essere "l'abolizione dell'essere umano".

Dunque, dignità è la parola che va ripetuta e affermata, ma soprattutto, per non ripeterla vanamente, che va articolata in un nuovo pensiero e in una nuova predicazione. Una sfida e una missione che il protestantesimo dei secoli passati ha saputo assumere e affrontare. Ci riuscirà anche oggi? E' una domanda tutt'altro che peregrina o retorica. Riusciremo a cogliere il nesso profondo tra l'evangelo e il nostro mondo, tanto da riuscire a pronunciare parole di verità? Ma anche: riusciremo a farci ascoltare? I Riformatori, i metodisti del Settecento, i predicatori del Social Gospel erano ascoltati, avevano un pubblico che ne riteneva le opinioni rilevanti. Oggi i dibattiti sono aperti solo agli economisti, come se nessun altro avesse parole significative da pronunciare. Trovare una breccia per far udire la nostra voce non sarà facile.





Fare Stand Up contro la povertà

Salvatore Rapisarda Nonsolobattisti



 ROMA, 16 settembre 2010 - Le giornate del 17-19 settembre sono state individuate per una manifestazione mondiale chiamata “Stand Up”. Sono molte le organizzazioni che in tutto il mondo promuovono azioni concrete per richiamare l'attenzione sul problema della fame e sugli impegni che vanno sotto il nome di Obiettivi del Millennio.
Oggi la fame estrema affligge quasi una persona su sei abitanti della terra. Molte di queste persone sono concentrate in diversi paesi africani, nei cosiddetti paesi in via di sviluppo e anche nel quarto mondo, cioè in quella fascia periferica dei paesi nominalmente ricchi.

                      
Fare “Stand Up”, alzarsi in piedi, vuol dire manifestare apertamente contro la fame nel mondo e, allo stesso tempo, vuol dire richiamare i capi di Stato e di Governo alle responsabilità che si sono assunte all'inizio di questo secolo nel sottoscrivere la Dichiarazione del Millennio. Con quella Dichiarazione, ben 191 leader mondiali si erano assunti la responsabilità di stanziare lo 0,7% del PIL nazionale per combattere la fame e si erano dati come scadenza la data del 2015.


A dieci anni da quella Dichiarazione in alcuni paesi, specialmente nel continente asiatico, la situazione della fame ha visto un miglioramento, ma ciò non tanto per la solidarietà internazionale, quanto per una serie di fattori positivi ma non strutturali e dunque suscettibili di inversione di tendenza. In Cina come in India c'è stato un potente sviluppo tecnologico e industriale e il prezzo delle derrate alimentari è crollato negli ultimi anni. Ciò però non ci esime dal paventare inversioni di tendenze legate al fluttuare del mercato internazionale e delle politiche nazionali.
In altri paesi la situazione è peggiorata; per essi è necessaria un'attenta vigilanza e un forte intervento, specialmente in Africa Subsahariana, Burundi, Liberia, Repubblica democratica del Congo ecc. La chiave di svolta a favore di queste popolazioni sta nelle mani dei governanti che possono attuare politiche di sviluppo, di solidarietà e di pace.



Nei giorni 20 – 22 settembre, a New York si terrà un Summit mondiale per fare il punto della battaglia contro la fame e la realizzazione degli altri Obiettivi del Millennio. Questi, lo ricordiamo, consistono nel:
  •          dimezzare la povertà estrema entro il 2015;
  •          garantire l'istruzione primaria a tutti i bambini e a tutte le bambine;
  •          promuovere l'equità di genere e combattere le discriminazioni;
  •          ridurre di due terzi la mortalità infantile;
  •          migliorare la salute materna;
  •          combattere HIV/AIDS, malaria e le altre malattie;
  •          assicurare la sostenibilità ambientale;
  •          sviluppare una cooperazione globale a favore dello sviluppo.

La nostra mobilitazione, anche se compiuta in ambiti limitati  (scuole, chiese, piazze, case), può avere una ampia diffusione tramite la rete Stand up, i contatti del web (Facebook, Twitter ecc) o scrivendo direttamente ai nostri rappresentanti politici. Confidiamo che ciò faccia aumentare in tutti e tutte la consapevolezza della gravità del momento e la convinzione che “siamo la prima generazione che può sconfiggere la povertà”.


____________________________
Signore Gesù,
Tu ci hai invitati a non preoccuparci di quel che mangeremo e di quello con cui ci vestiremo.
Spesso, però, abbiamo ricordato ad altri il tuo insegnamento, ma noi siamo stati insaziabili nell'accaparrarci ogni bene materiale.
Tu ci hai chiamati a seguirti, come il Signore che non ha dove posare il capo,
ma noi ci affatichiamo a costruirci la prima e la seconda casa.
Tu ci hai invitati a cercare la vita,
ma noi abbiamo cercato a abbiamo imposto culture di morte.
Confessiamo questo nostro fraintendimento e ti chiediamo di guidarci nel ravvedimento:
che le nostre siano scelte di vita, affinché viviamo.


Signore,
in questo giorno in cui milioni di persone in tutto il mondo prendono a cuore la condizione di quanti hanno fame, anche noi vogliamo ascoltare i battiti del nostro cuore che palpita in solidarietà con i poveri del mondo;
dacci, o Signore, di ascoltare anche i battiti del tuo cuore per questa umanità bisognosa di redenzione;
In questo giorno in cui milioni di persone in tutto il mondo si alzano in piedi per stare vicino a quanti hanno fame, anche noi ci alziamo in piedi per compiere un gesto di solidarietà verso quanti non hanno da mangiare;
dacci, o Signore, di muovere i nostri passi per portare soccorso a quanti attendono da noi un gesto di solidarietà vera;
In questo giorno in cui milioni di persone in tutto il mondo hanno l'ardire di esporsi in prima persona per stare dalla parte degli ultimi, anche noi vogliamo testimoniare con la nostra stessa persona che siamo accanto ai meno tutelati;
dacci, o Signore, di abbandonare il quieto vivere e l'indifferenza per poter condividere la condizione di chi ha meno di noi;
In questo giorno in cui la mente di milioni di persone in tutto il mondo corre agli Obiettivi del Millennio, anche noi realizziamo che non abbiamo fatto quel che ci eravamo impegnati a fare;
dacci, o Signore, di non fermarci alle belle promesse, ma di onorare gli impegni che abbiamo assunto di fronte a te e al nostro prossimo;
In questo giorno in cui la mente di milioni di persone in tutto il mondo va al Summit che i capi di stato e di governo terranno a New York, dal 20 al 22 settembre, anche noi sospiriamo per le decisioni che verranno prese;
Ti preghiamo, o Signore, per i capi di stato e di governo, affinché possano assumere iniziative coraggiose per abbattere la povertà estrema.


Mettiamo nelle tue mani, o Signore, i popoli dell'Africa Subsahariana,
perché sono lontani dalla realizzazione degli obiettivi del millennio;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, la popolazione del Burundi,
perché è annoverata tra le più povere della terra;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, il popolo della Repubblica democratica del Congo,
perché la sua povertà è causata dalle guerre intestine e dallo sfruttamento dei paesi occidentali;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, il popolo della Sierra Leone,
perché possa essere liberato dagli speculatori occidentali che fomentano guerre intestine;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, il popolo del Sudan,
perché possa intraprendere la via della pace e deporre le armi della guerra;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, il popolo dello Zimbabwe,
perché possa sollevarsi dai guasti di un regime dispotico e corrotto;
Mettiamo nelle tue mani, o Signore, i popoli del Senegal, dell'Uganda e di tutti gli Stati poveri del mondo,
perché possano ricevere quella solidarietà loro necessaria per risollevarsi dai debiti e dalla fame.

Essere Protestani Oggi


Anzitutto: evangelici o protestanti? I due termini sono sinonimi e intercambiabili. 
Tuttavia, mentre protestante presuppone un riferimento alla Riforma del XVI secolo, 
evangelico si richiama piuttosto alla Bibbia. 
O anche alla storia, nel senso delle comunità cristiane delle origini.
Ma che senso ha essere protestanti o evangelici cinquecento anni dopo la grande Riforma
e duemila anni dopo la chiesa delle origini? Perché il protestantesimo 
specialmente attraverso le chiese carismatiche e pentecostali  è oggi in così forte espansione? 
Ecco dei possibili motivi. Anzitutto il profondo senso di libertà che scaturisce 
da una fede personale,semplice e diretta, basata esclusivamente sulla Bibbia, 
svincolata dalla intermediazione di strutture di potere e liberata dal peso del ritualismo.
Inoltre la laicità, il grande valore riconosciuto alla coscienza individuale, 
che sceglie e decide senza imposizioni e pratica l'etica della responsabilità.
I protestanti sono definiti "il popolo della Parola": essi ritengono che la Sacra Scrittura 
rappresenti  la fonte unica e ineguagliabile di rivelazione e di autorità, per il singolo credente 
così come per la Chiesa. 
La Bibbia infatti è considerata Parola vivente di Dio, alimentata dallo Spirito Santo, 
che illumina il credente nella lettura. Perciò essa viene considerata di importanza 
assolutamente superiore ad ogni dogma, tradizione, magistero e insegnamento.

Come già ai tempi di Lutero, il fatto che la Bibbia sia tolta al monopolio sacerdotale 
e messa nelle mani del "popolo"  e ne vengano incoraggiati in ogni modo la lettura 
e lo studio individuali  ha delle enormi conseguenze, 
oltre che sul piano della alfabetizzazione e della acculturazione, 
soprattutto a livello della affermazione di una capacità e autonomia di giudizio.
Il messaggio profetico del protestantesimo è il primato di Dio su ogni cosa.
Da un lato questo messaggio si esprime come una invettiva  una protesta, 
secondo il modello dei profeti dell'Antico Testamento  contro pratiche 
e dottrine della Chiesa di Roma che, a giudizio dei riformatori, 
oscurano la sovranità di Dio, assolutizzando la chiesa e i suoi dogmi 
e affermando l'infallibilità delle sue guide.
Dall'altro lato il messaggio protestante esorta il credente ad essere fedele e 
a dare testimonianza (pro-testari, dichiarare pubblicamente) riguardo alla grazia salvifica di Dio.

John Weslei ( 1703- 1791)